Ci sono ancora i telefoni a gettoni

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Si cammina spesso in cima. Tra rocce rosse e cigli abbrancati dalla malerba bruciata. L’orizzonte si adagia sul profilo nero del monte Ida. Dietro una curva una capra sta accovacciata nel lembo d’ombra al centro della strada. Di fianco sventolano i giglietti selvatici.

 
V. e V. scivolano nell’amore con la stessa discrezione dei pesci che scivolano nell’acqua. A Crissi la sabbia è bianchissima. Le dune si distendono tra ginepri e tronchi sbiancati come il sale. E poi giunchi e verbaschi velenosi. Mirto. Tamerice. Quando si sentono al riparo dagli sguardi V.e V si scambiano una carezza. Hanno entrambi la barba lunga. Da un lato l’isola allungata di Creta. Dall’altra la costa africana con il vento caldo che porta profumi e suoni di un’altra terra. V. è inquieto. Va da un versante all’altro e resta a fissare il mare piatto e l’altro increspato dal libeccio. V. resta seduto con gli occhi socchiusi. Allenati all’attesa penseranno V. e V. alle proprie intime notti afose dove avranno parole e gesti liberi.

 
Si sente ovunque il profumo della salvia. Del timo. Della menta. Dei campi di cocomero laggiù sulla spiaggia. Le donne vestite di nero sull’uscio delle case nei villaggi salutano ed io penso che è tutto finto. Ma quando la macchina finisce con la ruota a penzolare nel vuoto di un salto della strada dalle case escono donne uomini bambini e tutti si danno da fare per aiutare. Niente da fare. Occorre una piccola gru. Un uomo allampanato si mette sul motorino e va a chiamare il tizio che risolverà il problema. Arriva un pickup. Ma sul pianale al posto della gru ci sono cassette di frutta. Non c’è tempo per abbattersi. L’uomo con la camicia a quadri ha la faccia dello zingaro. Ma sa coordinare gli altri e le forze. E insieme sollevano la macchina e la rimettono sulla strada. Italiani e Greci stessa faccia e stessa razza, dice e non vuole soldi. Le donne vestite di nero ritornano nelle case. Resta la puzza delle gomme bruciate. A Itanos l’imbrunire avvolge i resti della basilica cristiana. Si svuota la spiaggia di Marmara e le grotte sull’acqua ritornano nella propria inviolabilità. La sera nella taverna ritrovo l’uomo del pickup. Mi saluta alzando le braccia. Ha la faccia butterata e cucina suvlaki sulla brace. La taverna è un container sulla banchina del porto. Sotto tettoie di cannucce si mangia e si beve birra su tavoli di plastica. Il pickup è fermo di fianco. Gli alberi maestri delle piccole barche dei pescatori si inchinano lievemente nella notte.

 
Cnosso è finto. Invaso dai turisti pay per view. Tutto bolle intorno. Cerco di rintracciare una identità. Ma in questo passato non c’è niente. Ho attraversato pezzi di nuova edificazione. Nessuna qualità. Dove la costa diventa piatta senza l’argine delle montagne arriva il cemento. Come un qualsiasi litorale Domitio. In ritardo di una quarantina di anni. Ma lo stesso pretenzioso ciarpame. Sull’altopiano di Lassithi girano le pale di finti mulini. Forse un senso di verità resiste in un antico monastero. Le campane appese ad un legno incastrato tra i rami di due ulivi con i tronchi dipinti di bianco. Il profumo dell’incenso e il fumo bianco salgono dai turiboli e si aggrappano alle folate di vento. Ci sono i melograni con i chicchi rossi che escono dalle scorze spaccate. Un pope vestito di nero attraversa lo spiazzo. O in un piccolo cimitero aggrappato alla montagna. A picco sul mare. Bianco e lindo come la stanza buona della casa. La volta sembra rigonfiata dal vento. O nell’ombra che il fogliame dell’olmo distende sui tavoli imbanditi con ciotole di yogurt ricoperto di miele. Nello slargo del piccolo villaggio attraversato dagli odori dell’aglio e della carne che cuoce sulle braci. Un colpo di vento più forte solleva i lembi delle tovaglie di lino. E sbatte il mandorlo nell’angolo. Oh, eccolo di nuovo. Il vento. Rivolta le foglie degli ulivi che diventano d’argento. Smuove gli oleandri fioriti. Il fogliame dei fichi e dei carrubi. Spazza il profilo di una collina grigia e brulla. E se la guardi rintracci il profilo di una testa reclinata. In un tenero gesto tra umani. Sbatte sulle falesie la santoreggia e il tarassaco. Ingrossa il mare e alza la sabbia. Il mare indaco. E allora socchiudi gli occhi e tutto intorno le cose sfumano. Vedo V. e V tenersi per mano. Senza nascondersi. Fino a immergersi nel sogno. Tra le dune ci sono i narcisi selvatici.

 
Dall’altopiano dietro alla curva appare la visione di una cittadina. Bianca. Densa come una Babele. Mediorentale. Spersa in fondo in una coltre bianchiccia. Una nebbia solare. Si prosegue tra uliveti e rocce cadute sulla strada. So che a Creta ci sono gli ulivi più antichi del mediterraneo. Addirittura roba veneziana. Poi attraverso un villaggio abbandonato. Kellaria. Case senza intonaco. Senza infissi. Come a Spinalonga. Sembra che ogni pietra di questa isola porti inciso il racconto di una sofferenza. Come certi volti cotti dal sole. Le barbe grigie. Gli zigomi alti. Gli occhi lucenti. I capelli arruffati. Un che di violento ovunque. Spinalonga è una fortezza come Alcatraz. Un antico lebbrosario. C’è sempre un uomo. La storia di una dignità riacciuffata. La luce accende i muri degli edifici diruti. I bastioni. Le scale. Mi qui si inverte il senso. È il posto che disegna la luce. Mi viene in mente Louis Kahn. E El Greco. Elitis. Kazantzakis. Gente di qui che porta questa terra incisa nei solchi della propria lingua. E faccia. Le montagne precipitano a mare a strati chiari e scuri come cavalli chiazzati al galoppo. Dove si attaccano alla spiaggia una folla di agave e rosmarino profumato sta lì a festeggiare. Nel mare un relitto di barca arrugginito e morsicato fa da sentinella.

 
Ci sono ancora i telefoni a gettoni. Reperti lontanissimi di un tempo ancora piuttosto vicino. Un uomo che somiglia a Jack Elam è seduto dieci ore al giorno al tavolo di una taverna e disegna strane mappe nautiche. È pazzo mi dice il giovane albanese mentre gli serve una caraffa di uzo. Ci sono molti albanesi. E molte api. Nelle ciotole brucia il caffè greco per cercare di scacciarle. Ma l’uomo è impassibile. Sotto il pergolato di uva. Nel monastero di Arkadi ho goduto l’ombra di certi pergolati meravigliosi. Una trama di legno poggiata su colonnine di pietra e tralci di viti ovunque. L’architettura ha dimenticato troppo in fretta certi elementi del linguaggio popolare. Mi torna in mente Tessenow. Ma è roba di tanto tempo fa. Mi incanto a sbirciare le mappe di viaggi straordinari. Fino a notte. Ho bevuto raki. Se ne sente l’odore. Nell’alito e nell’aria. Si mescola con l’odore del sale marino. Mi gira la testa. Una impalcatura metallica lancia una luce intermittente nel cielo antracite. L’orizzonte. Mi sembra questa volta così vicino. Non c’è più tanto tempo. Si può pensare alla vita e alla morte indifferentemente. Mi aggrappo come spesso mi accade alla malinconia. Ma vorrei pensare alle occasione prese al volo piuttosto che a quelle perse. Forse sono la stessa cosa. Ce ne sono disseminate. Come tracce di scrittura sovrapposte alla crosta della terra. Come le orme umane a Festo e Haghia Triada. Cose affioranti. Perse o raccolte, vivono. Resistono. Urlano. Metti da parte l’inutile dolore della vita. Ci si può sentire al centro di qualcosa. Ma nessuno in fondo si accorge se sei vivo o morto. Tocca solo a te. I pesci vagano nei fondali del mare e sprizzano colori argentati. Incidentalmente. Gli uccelli sorvolano le gole di Samaria. Questo strano uomo con una camicia hawaiana va a passi veloci da qualche parte. V. e V parlano a bassa voce come sempre agganciati all’improbabile angoscia di disturbare qualcuno. Ma poi hanno solo la propria vita. Il mio amico albanese si chiama Ditmir ed è seduto su un gradino con la testa tra le mani. L’immobilità di questo momento ha a che fare con un altro genere di silenzio. E la disponibilità verso l’umanità che sento gorgogliare nella pancia come un vomito lo so che è solo un fuoco di paglia. Il viaggio in questa isola comincia ora. La meta: gli inizi. Come dal telescopio di Palomar si può andare indietro nel tempo. E ricongiungersi. Fin dove nasce la luce di una stella morta. E poi esistere. E poi cambiare.

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