Fuori a rubar cavalli

fuori a rubar cavalli

Quando un avvenimento ti segna la vita non diventa mai passato. E quando dopo cinquant’anni capita di tornare negli stessi luoghi allora la sovrapposizione tra passato e presente si trasforma in una specie di tempo unico. Senza distinzioni se non impercettibili (un cane, un personaggio, elementi che danno qualche coordinata di collocazione temporale). E senza riuscire fino in fondo a sbrogliare la matassa. La vicenda conserva ancora un qualche punto d’ombra. Non si sa mai esattamente cosa avvenne veramente e che fine abbiano fatto alcuni protagonisti.

 
Fondamentalmente è una storia di abbandoni. Che restano sullo sfondo di tutte le vite che ne hanno condiviso il trauma segnando il destino. Quindi anche di formazione.

 
Ma non è questo per me il punto centrale.

 
Per Petterson è norvegese. Il paesaggio è il controcanto della storia. Luoghi silenziosi. Aspri. Freddi. Pericolosi. Ma solenni. Incontaminati. Minacciosi. Non ci si può confrontare con essi se non mettendo in campo azioni e pensieri altrettanto densi. Ci sono i boschi. I fiordi. Le correnti vorticose dei fiumi e le nevicate minuziose. I caratteri degli uomini di allora e dei bambini di allora e degli uomini di oggi si conformano e formano schivi e netti in un’aura sospesa lontano dai fragori metropolitani. Si plasmano in una specie di duello continuo con le forze delle cose che hanno volto primigenio. Avvenimenti compreso.

 
Lo stile della scrittura ricerca la stessa potenza che evoca. E così non lo lasci più il libro fino alla fine.

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